INTERVISTA A GIORGIO DELL’ARTI

Ho avuto il piacere di intervistare Giorgio dell’Arti, giornalista, storico, scrittore, fondatore del settimanale ‘’Il venerdì” per il quotidiano Repubblica.

Abbiamo parlato dei cambiamenti nel mondo dell’informazione italiana, del rapporto tra stampa e politica e dell’attuale panorama politico italiano.

E’ stata un’ intervista piena di idee non scontate, che ritengo possano essere ottimi spunti di riflessione.

Buona lettura!

Secondo gli ultimi dati ADS, si nota un forte calo delle vendite dei quotidiani cartacei rispetto invece ad una crescita dell’online.

In generale però le persone si informano sempre meno.

Secondo lei a cosa è dovuto questo forte calo? Si può parlare di crisi del giornalismo italiano?

‘’Secondo me no, in realtà è da molti anni che la stampa quotidiana perde copie, dagli anni 70 siamo passati da circa 6 milioni di copie vendute a 1,5 milioni, anche se la vera crisi è avvenuta agli inizi del 2000, cioè con lo sviluppo dei siti internet, che hanno arricchito, anno dopo anno, la propria offerta.

I giornali si sono difesi malissimo dall’avanzata dell’online, non tanto facendo cose sbagliate, ma lasciando tutto com’era prima: redazioni esagerate con articoli troppo lunghi, riunioni sempre alla stessa ora, età media dei giornalisti altissima (55 anni). 

La stampa italiana, senza eccezioni, non ha preso atto fino in fondo del mondo in cui ci troviamo e continua a realizzare prodotti ‘’di una volta’’, alcuni addirittura peggiorati.

Ho notato poi che i giornalisti di oggi escono molto meno di una volta, accontentandosi delle notizie che gli arrivano da Internet, il che li rende totalmente inutili: non viene dato alcun valore aggiunto.

Non credo però che siamo destinati ad assistere ad una completa scomparsa dei giornali di carta, più probabile un netto calo: rimarranno due, massimo tre quotidiani.’’

Ho notato come in Italia non ci sia un giornale che possa essere al 100% di informazione pura: tutti, chi più e chi meno, fanno riferimento ad una determinata area politica. 

Secondo lei una buona informazione deve essere neutrale oppure va bene anche un’informazione ”di opinione’’?

‘’Sono due mondi diversi: se l’opinione è dichiarata, cioè se l’orientamento politico del giornale è noto, un lettore attento presta attenzione a ciò che riporta quel giornale. 

I giornali non devono essere neutrali, ma obiettivi. 

La parola ”neutralità” si addice male al giornalismo, perché ogni giorno un giornale non può non prendere una posizione su qualche cosa: facendosi forza sulla sua obiettività deve necessariamente dire che, per esempio, un politico è corrotto o che una legge è scritta male.

Un giornale obiettivo deve essere credibile al punto da poter essere creduto quando prende una posizione, e questo è possibile solo quando il giornale in questione non parteggi per nessuno in partenza, prima ancora di vedere le azioni dell’area politica che sostiene. 

In Italia questo non avviene da nessuna parte; purtroppo non abbiamo un giornale realmente super partes.’’

In quest’ultimo periodo si è tanto parlato di TeleMeloni. Tanti sono gli episodi, dal caso Scurati alla mancata copertura da parte di Rai News 24 dell’exit poll delle elezioni in Francia.

Secondo lei la TeleMeloni esiste?

‘’La sua esistenza è indubbia, ed è evidente: una larga parte del TG1 è occupata da notizie di poco conto, è infatti pericoloso per un TG come il TG1, che vuole essere aderentissimo al pensiero del presidente del Consiglio, addentrarsi su altre tematiche. 

C’è da dire però che questo è sempre stato così: i partiti, sia di sinistra che di destra, senza distinzione, si sono sempre presi la RAI, dunque il Movimento 5 Stelle, il PD, per esempio, non hanno alcuna credibilità di parlare di occupazione militare della RAI.

Il giornalismo libero in RAI non c’è mai stato; forse oggi, con la Meloni al potere, si nota in modo particolare per l’imperizia dei dirigenti Rai, ma anche perché noi non siamo abituati ad un’informazione di estrema destra.’’

Mi voglio spostare sul panorama politico nazionale.

Nell’ultimo periodo l’unione delle sinistre si è rivelata vincente, penso alla Francia, con il ‘’patto di desistenza’’ tra l’estrema sinistra e Macron che, nonostante fossero acerrimi nemici, si sono uniti per evitare la vittoria della destra, ma anche in Sardegna, dove Alessandra Todde è diventata Presidente della regione sostenuta da PD e Movimento 5 Stelle.

Tuttavia, su scala nazionale, l’alleanza tra il PD ed il Movimento 5 stelle sembra lontana. Secondo lei perché?

‘’Innanzitutto, Francia e Sardegna sono casi diversi, perchè in Francia il collante è stata la Le Pen: Melenchon e Macron si sono uniti per fermare il Rassemblement National, solo per questo, tant’è che adesso non riescono a formare un governo stabile.

In Italia l’idea di campo largo in teoria è un progetto più a lungo termine della Francia, ma c’è un grande problema: c’è una personalizzazione dello scontro, cioè la vera lotta è tra individui, non tra forze politiche.

Il problema dell’accordo del campo largo in scala nazionale è che sia la Schlein che Giuseppe Conte vogliono guidare la coalizione.

L’alleanza fatta solo per far cadere la Meloni da sola non basta, servono idee, programmi per risolvere i problemi che affliggono il nostro paese.”

Un tema da lei toccato spesso è quello dell’astensionismo. 

Alle scorse elezioni europee, in Italia, l’affluenza è scesa per la prima volta sotto il 50%, ma voglio porre attenzione su un dato: nelle isole ha votato il 38% della popolazione, nel meridione il 48% mentre nel nord Italia il 55%.

Perché il Sud vota così poco?

‘’Il mezzogiorno è da anni abbandonato; non c’è mai stata una vera politica che affrontasse di petto i veri problemi del Sud, penso alla denatalità o la fuga di cervelli verso il settentrione o addirittura verso l’estero.

Credo poi che il Sud sia troppo abituato a vivere dei fondi che gli arrivano dallo stato centrale, senza sforzarsi di una propria capacità imprenditoriale. Serve un decentramento, non regionale ma sui 100 comuni italiani. 

Non sono totalmente contrario, per esempio, all’autonomia differenziata: credo possa essere una riforma di sfondamento che riesca a cambiare la realtà attuale che ci sta portando ad un degrado inarrestabile.’’

Andrea Olla

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